una cuoca pericolosa

Cibo e idee per tempi da lupi (e non solo)


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Chi mi aiuta col compleanno?

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QUESTO è l’appello di una mamma parecchio ma parecchio in confusione su cosa mangiano i bambini e le bambine di sei anni alle feste di compleanno. La “nostra” si sta avvicinando e sono in netta crisi. Volendo evitare le merendine, patatine e tortine che i nostri adorabili e adorati piccini sembrano amare più di tutto, cosa si può preparare di non troppo complicato, ma di sicuro successo?

OGNI SUGGERIMENTO E’ IL BENVENUTO  🙂

Mi restano solo dieci giorni di tempo….


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Firenze a sorpresa: Serre Torrigiani in piazzetta

NON HO IDEA di quante siano le persone che hanno scritto di Firenze e su Firenze. Molte nel bene, molte meno nel male. Da fiorentina, mi fa sempre piacere quando i commenti positivi o entusiastici finiscono appuntati sulla reputazione della mia città. Non solo perché ci sono nata e cresciuta, ma perché mi appartiene come io appartengo a lei e quando si parla di “casa”, l’appartenenza non è uno scherzo.

Questa lunga frequentazione mi ha sempre preservato dallo scrivere di casa mia, per pudore o per la pessima abitudine di darne per scontata la bellezza, il fascino, le stimolanti contraddizioni. Ma questa volta Firenze è riuscita a sorprendermi.

A farmi fare una di quelle cose che di solito sono riservate ai turisti: sedermi a tavolino e godermi la sorpresa, e la gioia nascosta in questa sorpresa, annidata nel cuore di via Calzaiuoli. Non c’ero quando è stato inaugurato il chiosco con i giardini pensili delle Serre Torrigiani in piazzetta, ma mi dispiace essermi persa il momento, il qui e l’adesso che caratterizzano gli eventi nel momento in cui accadono, ma quella che ho avuto oggi è stata, comunque, una sorpresa.

Erano settimane che non passavo per via Calzaiuoli (il chiosco ha aperto il 20 giugno scorso http://www.serretorrigianiinpiazzetta.it )  e l’altra mattina, senza nessun particolare motivo, è successo. A incuriosirmi è stato il cartello con indicazioni per un giardino a metà della via più frequentata e densamente dedita allo shopping (non ci sono nemmeno dehors !) di tutta Firenze. D’istinto, sono entrata. Dove? In un vicolo fiorentino al cento per cento, largo meno di due metri, sormontato da quello che sembra un pellicano a becco aperto e, ovviamente, sospeso a metà del cielo. Troppo forte per perderselo. E alla fine del vicolo, la sorpresa. Posto le foto, così vi fate un’idea.

Quello che non ho potuto fotografare con giustizia, invece, è l’atmosfera rilassata, la musica giusta (molto soul) e il sole che filtrava dall’altro vicolo, affacciato su via Orsanmichele, da cui si accede a questa oasi verde nel cuore di Firenze. A rendere il tutto ancora più accattivante, oltre al bestiario in cartapesta e alle piante pensili, la scelta enogastronomica. A centimetri zero.

Dicono che le spezie usate nei panini e nelle altre preparazioni culinarie servite dai ragazzi che gestiscono il chiosco sono prodotte direttamente nelle Serre Torrigiani, che sono locate nella piazzetta dei Tre Re, dove, fisicamente, ha sede il chiosco stesso e dove sono i tavolini per chi sceglie di fermarsi a bere o mangiare qualcosa. Il servizio ricorda Starbucks: ordini e poi ti chiamano per nome quando è pronto e, ammetto, il fatto che tutto sia servito in carta e plastica, sebbene riciclabili, toglie un po’ di gusto.

Ma tutto il resto, a cominciare dalle piante sospese e attaccate a ombrelloni e ringhiere, è divertente, intelligente e curato, perfetto per questo ambiente dove tutto sembra casuale e niente è, invece, lasciato al caso.

Se si convertiranno alla ceramica per i piatti, sarà imbattibile.


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Ma quanto è FICO settembre

DEVO dire che per essere un frutto “maledetto”, il fico se la cava benissimo. Forse la fortuna di cui la parola, e il frutto, hanno  goduto nei secoli, almeno in Italia,  è un risarcimento postumo per aver fatto perdere le staffe al Padreterno (la maledizione dell’albero di fico si trova nel vangelo di Matteo e anche in quello di Marco) ma è innegabile che questo successo è una costante e che, dopo l’inaugurazione della Fabbrica Italiana Contadina a Bologna , il termine Fico compare assai più spesso praticamente ovunque.

E non solo per indicare un tipo, o una situazione, decisamente intriganti.

Gustoso, profumato, di varietà diverse e tutte squisite, il fico spesso ha salvato dalla fame nei momenti di carestia centinaia di famiglie e il fatto che si possa conservare a lungo senza impiegare praticamente nulla tranne l’aria e la pazienza è garanzia delle sue eccellenti qualità nutrizionali e organolettiche. Trasformato in confettura o appena colto dalla pianta è ideale per torte e dolcetti, anche se mangiato in accompagnamento a pietanze o cibi dolci e salati offre, probabilmente, il meglio di di sé.

Un lungo preambolo per dire cosa mi ronza nella testa da un paio di giorni e cioè la possibilità di chiudere in bellezza questa estate prolungata o iniziare alla grande l’autunno: una cena di degustazione dei fichi.

L’hanno messa in calendario al Campaccio Bistreet  per il 25 settembre (per partecipare è obbligatorio prenotare allo 0571.526913, campacciobistreet #empoli) e il menù elaborato è di quelli che possono regalare emozioni almeno dal punto di vista gustativo. L’appuntamento è per le 20.30 e ci sarà tempo e modo di capire come lo chef sia arrivato a creare la panna cotta al blu del Mugello con fichi, salsa alle mandorle e crumble salato al pepe e timo (l’antipasto) oppure il dessert con la Bavarese al mascarpone e pepe verde crudo, con fichi e biscotto streusel alle noci e caffè.

Accattivante, no? Per ora ho assaggiato solo la salsa alle mandorle, ispirata al “bianco mangiari” rinascimentale, e quella da sola vale una tappa da gastronauta.

 


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Parliamo di pane con Harold McGee

17DA5BCC-DB1A-43A9-A0CB-9783495937C6MI CI VORRA’ ALMENO tutta l’estate per leggere la monumentale opera di Harold McGeee dedicata al cibo e all’arte di cucinare, ma ce la farò. E, mentre leggo e cerco di memorizzare, ogni tanto sperimento. In solitario o sotto la guida di qualcuno molto più bravo di me, ma sperimento. La prima incursione, anche se nel libro di McGee la disamina su pasta lievitata, lieviti, impasti e affini è a pagina 650, è dedicata al pane. Anche perché ho seguito da poco una lezione proprio sulla panificazione con pasta madre che mi ha entusiasmato ed è il motivo per il quale mi sono imbattuta nel libro di McGee.

Definirlo un manuale è riduttivo, c’è dentro lo scibile umano per quanto riguarda la nutrizione, dalla chimica che si scatena in padella, in forno, nel comparto del ghiaccio e pure nelle marinature per arrivare alla composizione, chimica, di lieviti, glutine, amminoacidi…

Insomma, se non lo avete ancora letto, cominciate.

La mia prima creazione dopo McGee non è mica venuta male, no?


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La cantina Antinori e cosa ho imparato da Robin Williams

SONO ormai certa che quando scelgo di conoscere un posto nuovo o avvicinarmi a uno vissuto solo superficialmente, lo faccio meglio se prima mi sono seduta e ho mangiato il cibo del posto. E, magari, bevuto anche il vino del posto.

Ecco perché raccogliendo un invito del tempo – sono quasi sei anni che hanno inaugurato e ho rimandato e rimandato e rimandato – sono andata alla Cantina Antinori al Bargino (San Casciano Val di Pesa-Firenze), in quello che senza patemi d’animo si può definire il territorio cuore del Chianti, quello ‘classico’ se si guarda ai vini prodotti.

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Sgombro il campo dai facili sfottò: ero con mia figlia che ancora non va a scuola, quindi niente bevute epiche o degustazioni al limite dell’ebrezza. In verità mi sono sentita molto come i diabetici in pasticceria: guarda, annusa, gioisci della prelibata quantità della merce esposta, ma non osare mettere in bocca nulla, la pagheresti troppo cara.

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CHIARITO  questo, non visitate il sito (peraltro assai ben fatto), non procuratevi la rassegna stampa sull’evento inaugurale, non cercate i depliant illustrativi nei punti informazioni turistiche relativi alla Cantina Antinori. Ma andateci. Andateci e basta.

E’ come spiega Robin Williams a Matt Damon nel film “Will Hunting” esortandolo a vivere le proprie esperienze: “Nessuna immagine, video, libro o descrizione sarà mai come vedere la Cappella Sistina con i tuoi occhi, sentirne gli odori e cogliere le sfumature della luce che inonda lo spazio”.

QUINDI, tornando alla Cantina Antinori, se scegliete di visitarla in alta stagione è meglio prenotare la visita, perché con una media di 350 presenze giornaliere si rischia di non avere nessuno disponibile per il tour con le spiegazioni. Assolutamente da non tralasciare è il capitolo “tempo a disposizione”. Non per bere i vini, probabilmente uno meglio dell’altro, ma per lasciarsi conquistare dall’esperienza. La Cantina Antinori è davvero un luogo che racconta molto della Toscana e del modo, forse ideale oggi, ma certo tipico di vivere in Toscana. Un luogo dove si incontrano la storia, gli Antinori si iscrissero all’arte dei vinattieri nel 1385 e sono 26 generazioni che fanno vino, l’arte, la tecnologia, la tradizione, la passione per la terra e per la condivisione.

E nella visita, programmate anche una sosta al ristorante wine bar: le proposte sono cibi tipici toscani con quel qualcosa in più che le rende amabili.

In conclusione, aggiungo che la Cantina Antinori nel Chianti Classico fa parte di Toscana Wine Architecture, un circuito che unisce cantine d’autore e di design, firmate dai grandi maestri dell’architettura contemporanea ed è anche per questo che vale la pena dedicarle del tempo.

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Anche se si è astemi.