una cuoca pericolosa

Cibo e idee per tempi da lupi (e non solo)


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Banchettare o Digiunare? Questo è il dilemma

HO APPENA finito di leggere un libro che mi ha allo stesso tempo affascinato e, in qualche modo, anche preoccupato. Si intitola “The obesity code”  (“Il codice del dimagrimento”) di Jason Fung,  un diabetologo canadese che, da come scrive e dal numero consistente di attività riportate nella sua biografia, appare come uno che sa quello che dice. E che ha anche fatto i compiti prima di mettersi a scrivere, nel senso che si è ampiamente documentato. Insomma, un libro che ha un senso e dà robusti spunti di riflessione. Spunti che vanno in una direzione che sembra la negazione di un blog di cucina e di interessi affini all’arte di elaborare materie prime in piatti appetitosi: il digiuno.

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Volete ritrovare un livello maggiore di  salute e perdere una volta per sempre quei tremendi chili di troppo? DIGIUNATE. Volete avere la mente più lucida e un’energia insospettabile? DIGIUNATE. Volete raggiungere un livello superiore di pace con voi stessi e il creato: meditate, sì, ma DIGIUNATE.

Jason Fung non lo scrive in modo così diretto e semplificato, ma la sostanza è questa. Ammetto che durante la lettura ho provato più di un momento di perplessità.  Digiunare? Cioè astenersi dal cibo per 24 ore (o più) di seguito assumendo solo acqua, tè, caffè, acqua aromatizzata con limone e cetrioli, ancora tè, brodo vegetale o di pollo e magari camomilla? Aiuto. Qui da noi non si può fare. E’ una roba per altri climi, continenti, abitudini alimentari. Ma il tarlo della curiosità era entrato nel mio pensiero e sono andata avanti.

Mentre leggevo le spiegazioni del come e perché il dottor Fung fosse giunto alla conclusione, e alla pratica sui suoi pazienti diabetici, del digiuno intermittente (intermitting fasting)  quale cura del diabete, appunto, e dell’obesità, i suoi ragionamenti mostravano una linea logica sempre più consistente. Accanto alle testimonianze dei test medico-scientifici fatti in mezzo mondo che non tento nemmeno di spiegare o riprodurre, il punto di forza del libro è aver acceso un faro sulla pratica millenaria del digiuno. Pratica presente nelle religioni e nelle filosofie dell’umanità nel suo insieme. Il ramadan è forse la più conosciuta pratica religiosa di digiuno, ma anche i buddisti digiunano e i filosofi greci da Socrate in giù digiunavano e incoraggiavano il digiuno e mi verrebbe da aggiungere anche i cattolici durante la quaresima, visto che devono evitare di mangiare la carne e devono nutrirsi con parsimonia. Pure Ippocrate era un sostenitore dei benefici dell’astensione dal nutrimento per i malati al fine di aiutarli a guarire.

E allora che dire? Digiuniamo. Certo, aggiunge Fung, non in modo indiscriminato e senza regole, bensì in maniera intermittente, seguendo modalità e tempi precisi e pure sotto il controllo medico. A questo proposito, Fung fornisce anche una piccola, ma preziosa tabella di menù da adottare e dà una serie di indicazioni di supporto alla pratica del digiuno intermittente. Perché questa è la condizione da riprodurre nelle nostre vite, in cui non si può solo banchettare o solo digiunare. Serve un’accorta, e benefica, alternanza.


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I muffin alla banana antidoto alla paura?

OGGI ho guardato uno dei TED Talk più coinvolgenti fra i molti che mi è capitato di vedere. La speaker si chiama Brene Brown – questo è il link al suo discorso nel caso vi andasse di guardarlo Brene Brown TED Talk, è in inglese ma ci sono i sottotitoli – è una ricercatrice, quindi competente e “scientifica” quanto basta, ma anche una che mette impegno e passione nelle sue ricerche, capace di fare dell’umorismo, di coinvolgere e di rivelare con semplicità efficace pensieri altrimenti assai duri da digerire.

A ogni modo, ciò che mi ha fatto pensare, fra i molti temi presenti nel suo discorso dedicato all’insidioso tema della vulnerabilità,  è stato il punto in cui descrive cosa facciamo, spesso, quando ci sentiamo vulnerabili, in pericolo e in qualche misura impauriti: mangiamo. Nel suo intervento, Brene Brown parla del cibo come una specie di rifugio scacciapensieri che poi finisce per minare la nostra salute facendoci diventare obesi e il primo esempio che le viene in mente di cibi-rifugio sono i muffin alla banana che, lo riconosco, al solo pensiero mi fanno scattare la salivazione e allargare un sorriso che va un orecchio all’altro. E’ innegabile la funzione, per lo più dagli effetti negativi, che ha l’uso del cibo come sostituto di qualcosa di diverso o come strumento di consolazione e gratifica immediata, ma credo che il massimo conforto quando si tratta di cibo non venga dalla semplice azione di mangiare qualcosa, ma dal prepare il cibo. Meglio se per condividerlo con qualcuno. Ecco, sì, io penso che il cibo può funzionare come un vero ansiolitico se lo si prepara, se ci si immette nel processo invariabilmente creativo del cucinare e se lo si fa spostando l’attenzione dalla gratificazione immediata al risultato che si vuole ottenere, a prescindere dalle singole capacità:  dare vita a qualcosa di buono partendo da una materia prima. Magari la mia è un’illusione, ma conosco moltissime persone, me compresa, che usano l’atto del cucinare per riordinare i pensieri, farsi passare una giornata storta, riflettere su un problema difficile o prendere una decisione importante. 

E voi, che ne pensate?

 

 

 

 

 


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CONFETTURA DI ALBICOCCHE SELVATICHE

NON SONO sicura che la definizione “selvatiche” sia appropriata per le albicocche dell’orto di mia mamma che, nonostante un pollice verde leggendario, agli alberi di albicocche non fa proprio niente di niente da anni. Gli alberi hanno sviluppato una sorta di autonomia caratteriale, nel senso che quando vogliono, producono una quantità esagerata di  albicocche e quando, per loro insindacabile giudizio, ritengono che non sia il caso, si astengono dal produrre anche il più piccolo e insignificante dei frutti. Quindi, ripeto, non so se queste albicocche si possano realmente definire “selvatiche”, ma, di sicuro, a questi alberi nessuno fa nulla da anni: niente potatura, niente selezione, niente trattamenti di nessun tipo e, visto il caratterino, un po’ selvatici, questi alberi di albicocco, lo sono.

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Dopo almeno tre anni di astinenza dal produrre, in questi giorni hanno mostrato tutta la loro potente ripresa collaborativa, regalandoci una ricca produzione di albicocche dal sapore squisito e dal profumo irresistibile. Così tante e mature tutte insieme che non abbiamo potuto mangiarle tutte e nemmeno regalarle. Quindi, confetture.

L’ultima l’ho preparata ieri notte, col fresco, e credo porterò con me per tutta l’estate il profumo inebriante delle albicocche che si è diffuso in casa non appena la frutta ha cominciato a sobbollire. Una sensazione meravigliosa di buono e silenzio, di rumori notturni e dolcezza di sentori estivi come, appunto, quello delle albicocche mature.

Per dare un tocco in più di solstizio estivo, ho aggiunto due banane mature a fine cottura.  Deliziose.

INGREDIENTI

1 chilo di albicocche

100-150 grammi di semi di chia

il succo di mezzo limone

1 presa di sale

4 cucchiai  (o più) di miele di acacia

LAVATE E PULITE le albicocche, togliete il nocciolo, tagliatele grossolanamente a pezzi e mettete a cuocere a fuoco basso in una pentola capiente aggiungendo due bicchieri di acqua minerale naturale (in quella della cannella c’è il cloro quindi meglio evitare). Quando cominciano a sobbollire, aggiungete una presa di sale e il succo di mezzo limone. Mescolate e aggiungete i semi di chia, amalgamandoli bene. Fate cuocere per altri 15/20 minuti stando attenti che la confettura non asciughi troppo e troppo in fretta o, peggio, si attacchi sul fondo della casseruola. Poi spengete, fate raffreddare e infine aggiungete il miele. Aggiustate, se del caso, per avere un gusto dolce più intenso e poi mettete nei vasetti. Si conserva in frigo per una decina di giorni.  Ma è così buona che non durerà tanto 🙂


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Conchiglie con cipolla di Tropea e fiori di zucca

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OSCAR WILDE aveva ragione. A certe tentazioni si può soltanto cedere. La pasta è una grande tentazione quando si cerca di buttare giù qualche chilo di troppo, ma condita con cipolle di Tropea e fiori di zucca diventa irresistibile. Almeno per me. Quindi anche se oggi fa un caldo soffocante e tenere i fornelli accesi mi fa venire voglia di “cucinare” insalata e pomodori, al massimo un piatto di panzanella, frutta fresca e tanta, tanta, ma proprio tanta acqua, eccomi ai fornelli per cedere alla mia tentazione.

Per fortuna la cottura del condimento richiede tempi ragionevoli e una volta cotta la pasta si spengono tutti i fornelli!

INGREDIENTI

Una decina di fiori di zucca

4 cipolle di Tropea piccole

200 grammi di pasta (io ho scelto le conchiglie perché mi piacciono molto, ma tutta la pasta cosa va più o meno bene)

sale q.b.

olio evo q.b.

5 o 6 pomodorini (Pachino o ciliegini o datterini)

METTETE a bollire l’acqua per la pasta, salatela. In una capiente padella versate un giro d’olio evo e fate imbiondire le cipolle di Tropea affettate a rondelle, aggiungete i pomodorini e per ultimi i fiori di zucca puliti e interi. Lasciate cuocere 8-10 minuti a fuoco medio e aggiungete un po’ di acqua della pasta se vedete che sono asciutti. Aggiustate di sale e spengete. Quando la pasta è un po’ al dente, ma poco, scolatela e saltatela nella padella con il condimento, terminando la cottura, che deve comunque essere abbastanza breve.

Aggiungete un filo d’olio evo a crudo, mescolate delicatamente e impiantate.

Il parmigiano grattugiato è facoltativo, ma ci sta bene.

Accompagnate con vino bianco anche frizzante oppure birra chiara.

 

 

 

 

 


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I bachi da seta ci salveranno?

A VOLTE ci sono notizie che mi sorprendono così positivamente che mi viene voglia di sperare. Credere fortemente che ce la possiamo ancora fare. Che non saremo noi a scrivere la parola fine sull’ambiente.

Sentite cosa succede a Verni,  nel comune di Gallicano in provincia di Lucca, borgo medievale della Garfagnana. Verni ha scelto la formula della cooperativa di comunità per contrastare lo spopolamento e provare a rinascere. Quella tenuta a battesimo nei giorni scorsi, la cooperativa della Torre Verni, è  una delle venticinque realtà in tutta la Toscana che la Regione ha deciso di sostenere con un fondo complessivo di un milione e 200 mila euro per finanziare altrettanti progetti. Venticinque comunità distribuite in ventitré diversi comuni e un po’ in tutte le province.

Quelle di comunità sono cooperative speciali, di cui fanno parte tutti gli abitanti (o quasi) di un borgo. Sono cittadini che hanno deciso di unirsi per creare opportunità di lavoro e servizi. Nel caso di Verni,  a collaborare saranno addirittura due cooperative: quella del paese e quella del vicino comune di Fabbriche di Vergemoli. Si punta a recuperare le tradizioni del borgo, rendere i paesi più vivibili ma anche allo sviluppo di forme di economia locale capaci di creare reddito permettendo ai giovani che lo vorranno di rimanere a vivere dove sono nati.

“E così ecco l’idea – fanno sapere dalla Regione Toscana – di puntare sulla filiera corta agricola e pastorale, fornire servizi ai turisti, fare escursioni, sviluppare forme di albergo diffuso, rilanciare la lavorazione della seta che è stata una storica produzione del territorio, insieme alle castagne e al miele, peraltro apprezzato e premiato.